Lo sport dilettantistico in Sardegna

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Ciao Bruno, il nostro Campione del Mondo: omaggio a Pizzul


Quando tutte le voci, la musica, i ricordi e le lodi smettono di esserci rimane il silenzio. Come
quello, profondo, che ci ha lasciato il nostro Bruno Pizzul. Guardo da un po’ le cuffie che si usano
per una radio o telecronaca e ne sono affascinato. Ci immagino il capoccione di un uomo grande
(fisicamente) e grandissimo (intellettualmente) e mi chiedo se mai potrò anche solo avvicinarmi al
suo immenso talento.
Con Bruno Pizzul gran parte di noi c’è cresciuta. Il rispetto era talmente alto che appena la RAI
dava la linea al martedì o mercoledì di coppa (quelle vere, non il teatrino attuale) il saluto di Pizzul
era qualcosa di simile alla religione.
Una peculiarità non da tutti i telecronisti è l’aver giocato a calcio. Bruno Pizzul si ferma addirittura
alla Serie B, con un’amichevole in cui il suo Catania sfida la Juventus e lui, marca con successo
niente meno che Omar Sivori, il satanasso di quei tempi.
“Quello che ti è rimasto in testa è quello che conta davvero e lo tirerai fuori al momento giusto!”
Ma riavvolgendo il nastro della vita del grande cronista partiamo dalle sue radici, dalla sua
Cormons, in Friuli, dove passa tutta la sua infanzia. Cormons, è al confine con la Slovenia, con i
tempi della guerra che ne minano le radici della cittadina, dove non si sa se da un giorno all’altro si
è in territorio italico o della Jugoslavia.
Lo zio, Ferrino Pizzul, un giorno, sapendo che il nipote commenterà un Austria-Ungheria gli dirà di
dar le dimissioni subito dopo, perché più in alto di così non potrà mai arrivare ricordando con
nostalgia l’impero austroungarico.
Del Pizzul calciatore raccontiamo gli esordi nella Cormonese, come difensore di razza, dove poi
sbarca a Catania nel 1958, in un nucleo di squadra friulano e dove un giovanissimo Candido
Cannavò per raccogliere le interviste impazzisce, non capendo il loro stretto dialetto.
In un errore di valutazione, così disse Pizzul, tra lui e Tarcisio Burgnich scartarono quest’ultimo
come difensore, leggendario poi nella Grande Inter e questo episodio fu sempre oggetto di grandi
risate tra i due.
Un grave infortunio però chiude la carriera ad appena 25 anni, ma soprattutto perché la madre,
volendolo più vicino a casa, non gli compila i moduli per l’esenzione militare e dopo la leva per
Bruno è tempo della laurea, arrivata nel 1963 dove poi inizia ad insegnare alle scuole medie a San
Lorenzo Isontino. Chissà se tra gli alunni, al momento dell’appello, c’è mai stato un Baggio da
chiamare!
Bruno trova anche l’amore e il suo racconto è una perla: “La mia futura moglie faceva parte di quel
gruppo che andava a sentire Beethoven e quelle balle lì. Io ero più da osteria. L’ho conosciuta ad un
ballo di carnevale dove ero arrivato tardi ed alticcio. Altro che romanticismo, ho avuto un
approccio poco delicato nei suoi confronti e mi trattò malissimo. Ma lì ci siamo conosciuti e l’ho
sposata nel 1965”.

La vita di Pizzul cambia però con Radio Trieste, che volle bandire un concorso nazionale per
programmisti RAI, concorso dove non si presentò nessuno con conseguente pessima figura locale.
Per rimediare, la stessa radio inviò un invito personale a tutti i laureati e Bruno si presentò più per
curiosità che per ambizione. Fu spedito a Roma passando la prima selezione e nella commissione
trovò un mostro sacro come Paolo Valenti, il papà di 90° Minuto, che lo volle spostare ad un
concorso per radiocronisti dove da 32 ne presero 18, tra i quali Paolo Frajese e Bruno Vespa.
Dalla redazione di Milano, dove fu accorpato, Bruno non si mosse più, rifiutando promozioni
promesse in caso di spostamento a Roma. Per Pizzul, ora che iniziavano le telecronache, non
contava più nulla.
L’esordio è da incorniciare. O forse no. Pizzul ha bisogno di un passaggio a Como per la partita
contro la Juventus. E si, perché Brunone Nazionale non ha mai preso la patente e preferisce
spostarsi in bici anche a Milano. In suo soccorso arriva niente meno che Beppe Viola, funambolo
istrionico del microfono e del racconto sportivo, che prima di farlo arrivare allo stadio lo invita a
pranzo, con conseguente ritardo di almeno un quarto d’ora all’evento da narrare. Fortuna volle
che la gara, registrata, sarebbe andata in onda solo in differita, così a fine partita ci fu il tempo per
commentare anche i minuti mancanti, ma la ramanzina successiva non mancò, con conseguente
lezione.
“L’emozione più grande fu quella di non riuscire a far la partita, non il successivo commento”.
Nel 1970 è tra i convocati per i Mondiali. È l’evento calcistico per eccellenza, quello dove Carosio
ebbe l’incidente diplomatico che gli troncò la carriera, accusato di aver insultato (ma fu poi
smentito) il guardalinee di Italia-Israele. Lo stesso Carosio fu il primo a dare a Pizzul questo
consiglio: “Ma davvero vuoi fare questo mestieraccio? Guarda, non ti do nessuna dritta, ma se per
malaugurata ipotesi tu fossi astemio, quando sei in pubblico fatti vedere sempre con un bicchiere
di vino o di whisky davanti, perché quando vai lì a parlare prima o poi una stronzata la dirai di
sicuro e allora in quel caso potranno dire che hai bevuto!”.
Per Pizzul si aprono le porte della storia. Una storia anche tragica, come quando dovette stringere i
denti il 29 maggio 1985, finale di Coppa dei campioni Juventus-Liverpool, con il campo Heysel poco
adeguato agli standard di sicurezza. Gli hooligans quel giorno sfondarono le reti del tifo
organizzato bianconero, non ultras ma semplici affezionati al pallone e il telecronista, pur sapendo
della sciagura (ci furono 39 morti) in diretta fu contrario alla disputa del match ma soprattutto
negò a dei tifosi l’appello del dire che erano vivi, temendo per i genitori di chi purtroppo da quella
partita non rientrò mai a casa. Nel contesto di tragedia fu esemplare.
E avrebbe meritato più fortuna in Nazionale, lui che arrivava dopo Carosio (2 mondiali 1934-1938)
e Nando Martellini col celebre urlo del Santiago Bernabeu nel 1982, invece per Pizzul arrivarono le
delusioni delle Notti Magiche 1990, il suo più grande dispiacere perché come disse lui, solo l’Italia
è il paese dei pasticci e di una semifinale contro l’Argentina a Napoli, poi il rigore di Baggio alle
stelle nel 1994 ed infine il disastro coreano con il furto perpetrato ai danni azzurri da Byron
Moreno.

Emblema del calcio pulito e autoironico, nel 2009 si sparge la voce della sua dipartita e lui, nel
mezzo di una sfida a carte con gli amici, spegne il telefono per i troppi messaggi ricevuti senza
ovviamente leggerli, con rimprovero della moglie una volta a casa.
E ancor meglio, una sfida con Italo Cucci in Georgia, nel giorno che deve raccontare Dinamo Tblisi-
Inter e che a pranzo si scatena in un bere vino da tutti i possibili contenitori presenti in sala, dal
vaso di fiori ai ciotoloni di coccio. All’ultimo, un colpo di tosse decreta la vittoria di Cucci che poi
dorme beato per giorni, mentre Pizzul, come niente fosse, va al microfono e incanta ovviamente.
Gli manca quell’urlo mondiale.
Però, forse pochi lo sanno, che Bruno Pizzul in realtà gridò campioni del mondo, nel 2006, quando
la tv LA7 replicò Italia-Francia affidandola al telecronista nazionale, che certo, ben sapeva il
risultato finale, ma che non si tirò indietro all’urlo.


Ecco perché per noi resta il nostro campione, il campione del mondo, l’immenso Re delle
telecronache. Con buona pace di una serie A che si dimentica anche il minuto di raccoglimento in
suo onore. E ora, con Viola, Ciotti, Ameri, Martellini e Provenzali lassù si che son telecronache da
paradis
o.

Francesco Fiori

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